Sanremo 2016 terza serata: l’umiltà che manca.

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umiltàu·mil·tà/

sostantivo femminile

1. Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

Io credo che l’umiltà sia la dote più importante che un vero artista dovrebbe avere. Forse più del talento, pensate un po’.

L’umiltà di comprendere che si può sempre fare di meglio, l’umiltà di guardarsi da un punto di vista esterno con senso critico, l’umiltà di non smettere mai di studiare, di migliorare, di crescere. L’umiltà di pensare che al mondo ci sarà sempre qualcuno più in gamba di te, di non sedersi sui propri successi che, se non per i pochi che diventano “grandi”, sono in genere bolle di sapone destinate prima o poi ad esplodere e finire nel nulla di fatto.

E poi l’umiltà di dire “No, quella cosa non sono in grado di farla, ma posso farne un’altra!” Oppure “Quella cosa una volta sapevo farla, oggi non più!”


E vorrei dire quindi a Facchinetti dei Pooh, ospiti ieri sera sul palco dell’Ariston, che ricordiamo perfettamente che aveva una voce con un’estensione pazzesca e che “prendeva” la A di “Dio delle cittuaaaaaaa!” con la precisione di un diapason. Ora però non più. Ora non è più così.  Esattamente come ci ricordiamo di quella A perfetta, siamo purtroppo in grado di capire che oggi quella A non è solo imperfetta. È proprio uno scempio.

E allora basterebbe ammetterlo e abbassare la canzone di un tono. Anche mezzo, teh, se proprio sta cosa ti fa male al cuore. Dubito che qualcuno a casa se ne accorgerebbe. E tu, grande interprete del passato che ancora oggi ci fa emozionare, festeggeresti il tuo addio alle scene come il grande che sei stato e che tuttora sei.

L’ostinazione nel negare gli effetti del tempo che passa è sempre uno spettacolo patetico. Anche se sei Facchinetti dei Pooh.

Il viso di plastica di Patty Pravo o la A stonata di Facchinetti che sia. Non vedo molte differenze.
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La serata delle cover, a Sanremo, è di sicuro una buona idea. Mi piace che vengano ricordati i grandi successi del passato, le canzoni che hanno fatto parte della nostra tradizione, le ballate italiane, i successi che proprio non puoi fare a meno di cantare. Però… Ecco. Ci sarebbe un però.

Ci sono alcune canzoni che dovrebbero restare intoccabili. Canzoni che non si possono replicare. Soprattutto se ti chiami Lorenzo Fragola, hai vent’anni, una faccina carina ma una voce mediocre e l’aria di uno che “Boh, son capitato qui per caso! Che figata sta cosa che a cantare si guadagnano un sacco di soldi!” E ti viene in mente di cantare uno a caso… “Facciamo… Come si chiamava quello là? Ah sì… De Gregori! Così mi do un tocco impegnato!”

Ecco. No. Mi chiedo come mai il suo discografico non gli abbia mollato un bel pattone sui denti e poi non abbia preso per il braccino, questo presuntuoso giovincello, per trascinarlo un po’ a cantare su tutti i palchi delle sagre di paese di qui al 2023. Senza effetti sulla voce, diavolerie elettroniche, staff, autisti ed Entourage fino a che, magari, impara a cantare davvero. Di sicuro impara cosa vuol dire essere un artista. E poi ne riparliamo, di De Gregori. Forse.
Poi c’è il pubblico, che andrebbe rispettato e non preso per il culo. E quindi io mi vergogno che sul palco dell’Ariston ci siano gli Zero Assoluto. Mi vergogno perché forse ieri, con quell’indecente rifacimento di Goldrake, hanno comunque toccato il punto più alto della loro carriera. E non vorrei aggiungere altro.


Ma il disagio  più profondo io ieri sera l’ho provata con Neffa.

Propone una cover di “O Sarracino” grande canzone dell’immenso Renato Carosone. Un artista straordinario. Uno di fronte la cui storia chiunque, vi assicuro, impallidirebbe. Carosone era un mostro di stile, aveva una voce straordinaria e suonava il pianoforte in un modo unico e irriproducibile, che ha fatto scuola.

Ieri sera ci è toccato assisterà ad un imbarazzante siparietto, con un tipo che saltellava sul palco cercando di fare il simpatico, che mi ha provocato coliche biliari ad ogni vergognosa stonatura, che mi ha fatta arrabbiare per quello sminuire la lingua napoletana con un’imitazione che sfociava nella presa in giro, per quel caricaturizzare i manierismi tipici del canto napoletano (avete presente quelle modulazioni tipo “aAaAaAaAaAa”? Ecco.) che sono in realtà espressioni di studio e mestiere difficilissime da riprodurre e di fronte alle quali un cantante mediocre come Neffa dovrebbe solo inchinarsi.

Non si prende in giro il pubblico. Non si prende in giro Carosone.

Non si prende in giro la canzone napoletana.

Quindi anche a Ruggeri, dopo ieri, mi sentirei di suggerire di evitare di pronunciare altre parole napoletane di qui a per sempre.

Unica consolazione in questo mare di desolazione per me sono stati gli intermezzi di Virginia Raffaele, ieri in un’esilarante imitazione di Donatella Versace che, durante la serata perde i pezzi. Un orecchio, i capelli, un labbro… Ma non il talento. Quello resta.

E in sala sono risate da star male.


Nessuna risata, invece, per l’estremo tentativo di Gabriel Garko di prendere in giro se stesso. Anche quello bisogna saperlo fare, Gabriel. E ormai mi pare più che assodato che tu non sappia fare una fava.

Ho amato Annalisa, ieri sera, e la sua “America” che ci ha dimostrato che Gianna Nannini si può cantare anche senza tentare inutilmente di imitarla.


Mi è piaciuto Valerio Scanu con “Io vivrò (senza te)” . Come già detto il ragazzo canta, bene. Poco importa Amici, l’Isola dei Famosi e tutte quelle cose che fanno storcere il naso ai critici snobbettoni. Canta. Facciamocene una ragione.


Mi è piaciuta Dolcenera con “Amore disperato” di Nada (anche se l’arrangiamento non mi ha convinta), ho adorato Elio e le storie tese con “Quinto ripensamento” una proposta incredibilmente alta, forse troppo.


Brava Arisa con “Cuore”, anche il vestito non era niente male, stavolta. E la sua voce non delude mai.


Ottima Noemi ed anche Rocco Hunt che fa ballare tutti, in sala. Un brivido di terrore mi attraversa quando temo di veder volare qualche protesi all’anca sul palco. E invece no, le protesi resistono, e si fa festa su “Tu vuo fa l’americano”


E poi la Michelin che si commuove cantando, bene, “Il mio canto libero”. Sei brava, stella, ma il calzino bianco non posso perdonartelo.


Non potevano che vincere gli Stadio con una bellissima esecuzione di “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla.

Ed io spero che questa vittoria sia solo un preludio di quella di Sabato che vorrei destinasse un posto sul podio alla splendida canzone “Un giorno mi dirai”… Chissà…
Al prossimo incantesimo…

9 Comments

  • valeria clavarino scrive:

    Iaia hai descritto perfettamente le performances che ho visto, ma davvero i pooh…perchééé ???Ieri sera, mentre abbassavo il volume della tv, dicevo: Ma diodellecitta……..cosa cacchio urli? Ormai non ce la fai piu’! Stoni S E M P R E ! Sembrava gli avessero pestato un dito :/
    Elio e le storie tese come già detto….va beh…..unici, e mi chiedevo….in sala come è stata presa questa cover beethoviana ?? Avranno capito? Io sì . Geniali come sempre !
    Mi spiace aver perso Noemi e gli Stadio , comunque brava tu! Senza moralismi e perbenismi hai scritto quello che tutti noi credo abbiamo pensato ;)

  • manuela scrive:

    hai ragione iaia DIO DELLE CITTàààà era troppo….
    mi sono piaciuti la michielin e scanu soprattutto…molto bravo
    lorenzo fragola un po troppo insipidino…..
    bacioni iaia al prossimo commento!!!!!!

  • Cla scrive:

    Le stonature di Facchinetti mi sono arrivate impavide e prepotenti anche mentre ero distratta da una conversazione al telefono.
    Da napoletana imploro i sopracitati interpreti di non farlo mai più!
    Bravissimi gli Stadio e molto carina la performance di Annalisa che canta America con la sua faccia da brava ragazza!

  • Maurizio scrive:

    Hai ragione. Anche a me piangeva il cuore nel sentire Facchinetti urlare più che cantare. Ma forse ha voluto provarci per l’utima volta in quella tonalità,gettando i cuore oltre l’ostacolo! Nei prossimi concerti si scende..e arrivederci alla sua prossima vita! Per il resto sono sostanzialmente d’accordo su quel che scrivi ed ancor più su come lo scrivi,ma tanto che sei brava è risaputo e non fà notizia…
    Valerio Scanu è bravo,ma continuo a preferirlo quando canta..con la voce di altri! Ma questo è forse un mio limite. Sempre coraggiosissima la splendida Annalisa,alla quale poi riesce sempre di cavarsela. Con il suo stile,ovviamente.
    E anche senza indossare la minigonna,accidenti..!!
    Infine,amo gli Stadio,che avrebbero dovuto raccogliere di più nella loro carriera,e ieri sera sono stati magnifici e commoventi ma..cantare quella che in fondo era anche una loro canzone,nel ricordo nientaffato celato del grande Lucio mi è parsa una scelta un poco ruffiana,forse fatta per ottenere finalmente un riconoscimento finanche doveroso alla loro carriera ed alle loro grandi capacità artistiche. Sarei comunque contento di una loro vittoria. Se la meritano.

  • Liz scrive:

    Ciao Iaia, io purtroppo la terza serata me la sono persa.. Ma mi fido ciecamente di te e della tua analisi dettagliata! Come ti ho già scritto, i tuoi commenti riescono a dare brio al festival! Un bacione!

  • Fausta Spinelli scrive:

    Non sono mai stata una grande fan dei Pooh, ma ammetto che da ragazzina comprai il loro primo album, “Opera Prima”… quindi volente o nolente li ho comunque seguiti per tutta la loro lunga, lunghissima carriera… purtroppo o fortunatamente non so, ma ho la capacità di ricordare i brani musicali anche se ascoltati solo una volta e di sfuggita… Purtroppo la voce invecchia… un qualsiasi altro artista, a meno di non essere colpito da malattia invalidante, è in grado di continuare a coltivare la propria arte anche ad età avanzata… un chitarrista può continuare a suonare, così come un pianista… un pittore può continuare a dipingere ed uno stilista continuare a creare collezioni di moda… ma un cantante no, non può. Il corpo invecchia e la voce pure. Non c’è nulla da fare, se non utilizzare tutta la tecnica acquisita nel corso della carriera, ma anche quella purtroppo non è abbastanza. Indubbiamente la performance vocale di Facchinetti ieri non è stata il massimo, ma infierire così come ha fatto Lei, Iaia, mi sembra eccessivo. Parlare di mancanza di umiltà… magari di intelligenza… infatti avrebbe potuto benissimo cantare in playback e nessuno avrebbe avuto da ridire… Patty Pravo ad esempio è stata molto furba… di quella bellissima canzone che è “Tutt’al più” ha cantato solo poca strofa e ritornello, il tempo restante l’ha fatto riempire dalla parte rappata… ma, tornando all’esibizione di Facchinetti, sono sicura che i fan non si siano scomposti minimamente all’ascolto di quegli acuti un po’ carenti, ma che anzi abbiano amato questo modo di “spendersi” da parte di Facchinetti, e di tutto il gruppo, per loro… Lei è donna di spettacolo… Le auguro una lunga e vivace carriera, come quella che è toccata ai Pooh, e Le auguro anche di non trovare mai, sulla sua strada, tra 50 anni, qualcuno che la giudicherà per la Sua ormai sfiorita bellezza, qualcuno che Le chieda di avere l’umiltà di ritirarsi dalle scene perché, se è vero che Facchinetti “nun se po’ sentì”, Lei ” nun se potrà guardà”.

    • Iaia De Rose scrive:

      Io invece le consiglierei di LEGGERE un pezzo, prima di commentarlo! Dove avrei scritto che i Pooh si debbano ritirare? Ho scritto che avrebbero dovuto abbassare di un tono la canzone. E non solo io. Anche un sacco di testate nazionali autorevoli hanno scritto le stesse parole. Detto ciò… Quando la mia bellezza, l’unica dote che lei da donna riconosce di me, sfiorirà mi resterà tutto quello che non sfiorisce e che mi sono costruita con studio e passione. Di nuovo.,l.. Se si fosse sforzata di leggere lo avrebbe capito. Saluti

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